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Sport: oltre 300.000 infortuni ogni anno, altrettante indisponibilità per motivi di salute

Gli infortuni tra chi pratica sport sono inevitabili, ma quando diventano eccessivi rischia più seriamente sia la salute degli atleti che la performance dei team. Secondo dati ISS in Italia ci sono circa 300.000 infortuni ogni anno, di vario genere e gravità, ma si può stimare in altrettanti i casi di indisponibilità dell’atleta per leggeri malesseri che non hanno portato al Pronto Soccorso. Si tratta di un fenomeno eccessivo e preoccupante, ovviamente particolarmente sentito nel calcio e nel calcetto (46% dei casi). Non stiamo parlando solo del professionismo, quindi incidono su questi dati molti fattori, primo tra tutto le condizioni di salute di chi pratica sport senza troppi controlli.
Per il calcio si tratta soprattutto di distorsioni a caviglia, ginocchio (spesso lesione dei legamenti e del menisco) e contusioni al piede e alla testa (in questo caso sovente con ferita da urto).Nel basket, dove avviene l’7,8% degli infortuni, nella maggior parte dei traumi c’è la frattura del piede a causa di salti e repentini spostamenti laterali (queste comportano anche distorsioni) e contusioni e fratture alla testa/viso. Nella pallavolo (7,3% del totale degli accessi al PS) gli infortuni più comuni sono distorsioni e fratture alla caviglia, stiramenti del polpaccio e slogature e/o fratture del polso/mano/dita a causa dell’impatto dell’atleta con la palla. Ci sono poi Sci, Footing, Jogging, Atletica, Ciclismo, Danza.
In Italia la prevenzione attiva degli infortuni sportivi è poco studiata e praticata, affidata alla buona volontà e all’esperienza degli allenatori. Trattandosi di attività ad alto impatto fisico, occorrerebbe invece aumentare l’attenzione di tutti su tale prevenzione. In diversi paesi esteri, accanto all’allenatore, esistono diverse figure professionali che affiancano l’atleta proprio per la riduzione dei possibili pericoli. – ha dichiarato Andrea Pandolfi, Consulente Olista – Gli infortuni possono essere drasticamente ridotti e, affermo, evitati, aprendo a un lavoro di equipe, che preveda, anche, figure professionali esperte, diverse da quelle cosiddette “convenzionali”, perché proprio attraverso questo tipo di collaborazione “alternativa”, si può guardare all’atleta come un Tutto (Olos), quindi, come persona. Questo perché l’infortunio, legato a una parte specifica del corpo, rappresenta una comunicazione, un linguaggio, un messaggio non compreso, perciò inascoltato che, spinto all’eccesso, produce il disagio causando il blocco. Di conseguenza, tale evento, non è assolutamente da considerarsi casuale, perché addebitabile ad una performance da prestazione alterata dello stress che, non trovando una forma accomodabile, a livello corporeo, si trasforma in distress, ossia infortunio.”
“ Nel mio percorso professionale, il confrontarmi con le attività sportive: calcio, rugby, danza classica, contemporanea e moderna, ad esempio, mi ha consentito di applicare, con successo, un protocollo di lavoro non solo dialogante con l’effetto del Qui ed Ora ma, anche, con percorsi a breve, medio e lungo termine, attenti nel far crescere la persona e il suo talento senza esasperarli entrambi. Questo perché l’infortunio, per sua natura, avviene perché viene meno l’elemento equilibrio che nel momento in cui parliamo di organismo, è riconosciuto come “omeostasi”. Fattori interni, esterni e misti, una volta andati in tilt, producono, nella persona, il disagio che nello sport, è rappresentato dall’infortunio. Quindi, per un realizzare un protocollo di lavoro funzionale, è necessario conoscere i tre fattori e, una volta messa a fuoco la loro produttività, è possibile dare forma ad un intervento di prevenzione, atto a limitare e addirittura ad evitare lo specifico infortunio alla persona/atleta.”
“Conoscere la persona, la sua storia, l’elemento comportamentale e caratteriale che attiva nel suo quotidiano rappresenta, per quanto mi riguarda, la chiave che apre la porta della prevenzione. Lavorare solo su Qui ed Ora o, addirittura, aspettare che possa accadere per poi intervenire, non è la strada che conduce a proteggere la persona e il suo corpo ed a conservare il suo talento sportivo.”